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17/10/2018 - Fondazione Luigi Micheletti
Club di Roma - 50° anniversario
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Club di Roma

Gli anni Sessanta del Novecento, spesso rievocati come un'età inaugurale dei consumi e del benessere, sono stati un periodo tempestoso della storia: la tensione fra le due potenze nucleari, Stati Uniti e Unione Sovietica, si era aggravata anche per la guerra del Vietnam; si moltiplicavano gli incidenti industriali e gli inquinamenti dei mari e dell'aria; l'uso indiscriminato dei pesticidi persistenti avvelenava il cibo e le acque.


Aurelio Peccei, un intellettuale e manager attento alla "difficile situazione" dell'umanità, pensò che gli uomini importanti dei vari paesi avrebbero dovuto collaborare per cercare delle soluzioni; ne riunì alcuni a Roma nel 1968 e nacque così un gruppo, chiamato il Club di Roma.


Con la collaborazione di alcuni studiosi americani il Club di Roma curò la pubblicazione, nel 1972, di un "Rapporto" intitolato "The Limits to growth", tradotto in tutto il mondo; in Italia col titolo "I limiti dello sviluppo", fuorviante perché lo sviluppo umano non può essere fatto coincidere sic et sempliciter con la crescita economica. Il libro sosteneva che soltanto fermando o almeno rallentando la crescita della popolazione mondiale e della produzione agricola e industriale sarebbe stato possibile far diminuire gli inquinamenti e rallentare il consumo e lo sfruttamento delle risorse naturali non rinnovabili: minerali, petrolio, fertilità dei suoli.


Il libro del Club di Roma suscitò una forte attenzione nei media e negli ambienti accademico-scientifici. Gli economisti si scatenarono, in senso contrario, sostenendo che soltanto con la crescita economica e con le crescenti innovazioni tecniche il mondo avrebbe potuto superare le crisi ambientali, tesi sposata dalla generalità del mondo politico.


I comunisti sovietici sostennero che i guasti erano dovuti alla maniera capitalistica di produrre e consumare e che in una società pianificata i principali problemi potevano essere risolti. Posizione condivisa, in diverse varianti, dalla maggior parte degli ambienti extraparlamentari di derivazione sessantottesca. I cattolici contestarono la proposta di rallentare la crescita della popolazione con metodi contraccettivi.


Un economista americano eretico, Georgescu Roegen, scrisse che neanche una società stazionaria, con popolazione e consumi costanti, avrebbe potuto durare a lungo a causa dell'inevitabile impoverimento delle risorse naturali, limitate, in un pianeta, come la Terra, a sua volta di dimensioni limitate. Il dibattito fu vivacissimo anche in Italia, come ha scritto lo storico Luigi Piccioni in un saggio pubblicato nella rivista Altronovecento (n. 20, 2012), promossa dalla Fondazione Luigi Micheletti.


Col passare del tempo gli avvertimenti del Club di Roma furono accantonati. Il Club di Roma continuò il suo lavoro, anche dopo la morte di Peccei avvenuta nel 1984; il 17 e 18 ottobre si celebra a Roma il 50° anniversario della sua fondazione con la pubblicazione di un nuovo rapporto che suggerisce vari possibili rimedi alla crisi ambientale, pienamente in atto, come l'uso di energia solare, il riciclo dei prodotti usati, la progettazione di prodotti a vita lunga, in modo da far durare di più le risorse naturali scarse.


Nei decenni dopo il 68 le proposte di limiti alla crescita sono state accantonate: la popolazione umana, rispetto a 50 anni fa, è raddoppiata nei paesi in via di sviluppo, i loro abitanti premono alle porte dei paesi industrializzati, porte che, con ogni metodo, si cerca di tenere chiuse, anche se la popolazione sta diminuendo e aumentano gli anziani. La differenza fra ricchi e poveri è macroscopica; le montagne dei crescenti rifiuti della società dei consumi avvelenano i campi, la biodiversità è falcidiata e esplodono le città sovraffollate, i rumori di guerra si moltiplicano e cresce il commercio delle armi, al punto da spingere il papa Francesco a scrivere una enciclica "ecologica" e ad avvertire continuamente che il mondo, specie quello dei ricchi, deve cambiare.


Gli eventi stanno dimostrando che i pur sgradevoli avvertimenti del libro sui "Limiti" alla crescita" erano fondati e ha fatto bene la casa editrice Lu Ce di Massa, a ristamparlo nella versione originale italiana del 1972. Si può comprarlo per pochi euro ben spesi perché vi si parla di fenomeni che sono sotto i nostri occhi. Con i suoi grafici il libro mostra che se cresce la popolazione mondiale (oggi cresce in ragione di 80 milioni di persone all'anno), cresce la richiesta e la produzione di beni agricoli e industriali. Di conseguenza diminuisce la fertilità dei suoli e cresce la produzione di rifiuti che non si sa più dove mettere e come smaltire e cresce un inquinamento che non si può fermare e che non si riesce neanche a rallentare; lo prova il crescente riscaldamento globale dovuto alla crescente immissione nell'atmosfera dei "gas serra", come l'anidride carbonica e il metano, che trattengono all'interno dell'atmosfera ogni anno una crescente quantità di energia. Il conseguente riscaldamento del pianeta porta all'alterazione degli ecosistemi terrestri e marini, a sempre più frequenti e devastanti tempeste, all'avanzata, altrove, della siccità.


Le promesse di edificazione di una società "sostenibile" e di innovazioni tecnologiche salvifiche si sono rivelate finora vane; per far fronte ad una società mondiale insostenibile non sono gran che efficaci le proposte di resilienza, di adattamento agli eventi negativi, le proposte di alzare barriere per frenare, non solo i migranti, ma l'aumento del livello dei mari o di macchine che spazzino via i residui plastici che galleggiano negli oceani o le promesse di colonizzare Marte.


La rilettura, a mezzo secolo di distanza, del libro ora ristampato dovrebbe indurre le autorità mondiali a ripensare al ritornello che si sente ripetere, che occorre incrementare "la crescita" per far aumentare l'occupazione e il benessere. Il benessere dei paesi ricchi aumenterebbe davvero impegnando i lavoratori, indigeni o "stranieri", in opere di difesa del suolo, di prevenzione degli inquinamenti, di bonifica delle terre contaminate dalle scorie di una crescita industriale sconsiderata; le condizioni di vita dei paesi poveri migliorerebbero se fossero valorizzate e destinate agli abitanti le ricchezze dei loro campi e del loro sottosuolo.


Un ripensamento, insomma, piuttosto radicale delle regole economiche e dei sistemi politici attuali. Come aveva scritto Peccei nel 1972, la "situazione dell'umanità è difficile", può migliorare solo con coraggio e lungimiranza. Chi sa che qualcuno leggendo il libro sui "Limiti" non sia indotto a interrogarsi e impegnarsi su un progetto di sviluppo umano piuttosto che di "crescita" di beni materiali e di soldi.


Giorgio Nebbia