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14/11/2016 - Fondazione Luigi Micheletti
Tre domande di Sergio Bologna a Nando Fasce sulla vittoria di Trump
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Commentando l'esito delle elezioni, Sanders ha detto che Trump ha raccolto voti presso una middle class in declino che è stufa dell'establishment economico, politico e mediatico. Ha colto solo un aspetto del problema. Non ti sembra invece che queste elezioni rappresentino la rivincita del principio di classe sui principi di razza e di genere a livello di working class? Infatti, quando i Democratici parlano di neri e giovani che stanno "naturalmente" dalla loro parte dimenticano che ci sono i neri ricchi ed i neri poveri, le donne ricche e le donne povere. I neri poveri sono più spaventati della loro povertà che del razzismo bianco e le donne povere sanno che per loro non c'è mai stata emancipazione femminile. Per i primi il pericolo giallo è più inquietante del pericolo bianco, le seconde sanno che Trump non si permetterebbe mai di dare della puttana a una donna ricca, anche se nera o musulmana. Quando ha cancellato la divisione sociale prodotta dai rapporti di produzione, affidandosi solo a quella di genere e di colore, la Sinistra ha perso la bussola.


NF
Faccio una valutazione basata su dati ancora molto approssimativi. Ma credo che l'elemento di classe sia stata una componente rilevante di tutta la campagna e lo sia stata poi anche alle urne. Era molto che, come è accaduto durante le primarie a opera di Sanders, in una campagna non sentivamo parlare di diseguaglianza e di lavoratori, né sentivamo attaccare con tanta determinazione i grandi monopoli. E mi ha colpito il fatto che lo stesso Trump - che era e resta, lo vorrei ribadire con forza, un cialtrone - parlasse, sia pure strumentalmente, di "working-class", un'espressione che pareva scomparsa dal lessico pubblico statunitense. Certo, la componente di classe che - in un contesto di profonda polarizzazione e di scontro sul filo di lana ancora una volta segnato da un sistema elettorale che per la seconda volta nelle ultime cinque elezioni premia chi ha preso meno voti - ha fatto sentire la sua voce attraverso questo voto per Trump ha forti connotati patriarcali (il che ha fatto breccia probabilmente anche presso un tot di latinos), maschili, bianchi, nazionalisti, nativisti. Né bisogna dimenticare che in stati di tradizioni operaio-industriali (e oggi rust belt) come Michigan e Pennsylvania, Clinton ha perso per poche migliaia di voti. O che la stessa ha vinto largamente tra gli elettori con un reddito inferiore ai trentamila dollari annui (la fascia più povera interpellata dagli exit-poll). Però non bisogna neppure lasciare alla condiscendenza dei posteri o anche alla nostra, tacciandoli come "deplorevoli", questi voti del mondo del lavoro finiti sotto la zucca color paglierino del tycoon. Piuttosto bisogna, come accennavi, riflettere seriamente sulla crisi della politica dell'identità. Ce n'era una bella sintesi involontaria tre settimane fa sulla London Review of Books (LRB), in un articolo su quanti non avrebbero votato per Trump. E lì, di fronte a questa interminabile teoria di segmenti tutti degnissimi, beninteso, dai neri, ai pacifisti, alle donne, ai veterani del Vietnam, ai messicoamericani, agli scienziati, mi è venuta in mente quella paginetta deliziosa di Queneau in Odile sui gruppi e gruppuscoli della sinistra francese del periodo fra le due guerre, con, fra gli altri, i "pararchisti sparsi". Lo so, l'associazione mentale che mi è scattata è impressionistica e può suonare ingenerosa. I gruppi e le istanze citati dal LRB hanno una storia di coraggiose e straordinarie lotte decisive per l'allargamento degli spazi di azione e la ridefinizione della sostanza della liberaldemocrazia, statunitense e mondiale. Al tempo stesso, però, vederseli allineati così, uno dopo l'altro, restituiva il senso di frammentazione che la sinistra d'oltre Atlantico (e non solo) si porta dietro dalla metà degli anni settanta del secolo scorso. Da quando, cioè, come ha ricordato nel suo ultimo libro Thomas Frank, ha scelto la strada dei diritti e della dimensione identitaria come suo orizzonte, mettendo da parte progressivamente le istanze di classe. Torno a ripetere che genere e razza non sono meno importanti, ed è stato assolutamente necessario sottolinearne la crucialità, ma mi pare che spesso non si sia riusciti a tenere aperta la fruttuosa tensione fra tutte queste dimensioni, finendo per dimenticarsi appunto della componente di classe, nella complessa dialettica fra produzione e riproduzione. Che ritorna oggi sulla scena, in quell'America alla quale come operaisti abbiamo sempre giustamente guardato con particolare interesse, anche se vi torna con connotati soggettivi tutt'altro che chiari e immediatamente decifrabili, impastati di opacità e paure, in un contesto d'insieme che non manca di preoccupare. L'importante è non liquidarla con le solite storie del "populismo" e dell''"antipolitica", formule vaghe e che temo spieghino molto poco. E invece ascoltarne e articolarne le indubbie spinte anti-establishment e di protesta (un'altra parola che purtroppo ha subito una pesante torsione, diventando sinonimo di irrazionalità e patologia).



Sanders avrebbe dichiarato, dopo la vittoria di Trump, che "he was prepared to work with the President-elect to help working families". Dall'esperienza italiana sappiamo quanto inutile sia il voto "tappandosi il naso", campagne portate avanti all'insegna del radicalismo politico che poi, per la necessità di fermare la Destra, finiscono per far votare il candidato riformista. Secondo te, quanti sostenitori di Sanders hanno finito per non andare a votare piuttosto di eleggere una Clinton contro la quale Sanders aveva mobilitato migliaia di persone?


NF
Di nuovo confesso di non avere dati adeguati, il quadro della partecipazione è ancora oggetto di analisi (secondo alcune prime stime di giovedì pomeriggio 10 novembre dell'United States Election Project la partecipazione è stata del 57%, cinque punti in meno rispetto alle prime elezioni di Obama del 2008, ma due punti in più rispetto alla prima elezione di Clinton del 1992). Ma, sulla base di alcuni osservatori, ho l'impressione che una parte dell'elettorato giovanile e nero abbia deciso di votare con i piedi e starsene a casa, piuttosto che sostenere una candidata che, a detta di molti, non solo era lontana anni luce da Sanders, ma era la peggiore che i Democratici potessero scegliere. Perché così fortemente identificata con l'establishment politico e finanziario, con una storia di centrismo dinastico che non poteva non richiamare le prodezze del marito a favore della globalizzazione più sconsiderata (si pensi solo alla revoca del famoso Glass-Steagal Act di regolazione del sistema bancario), con un profilo culturale e personale rigido e pochissimo empatetico (naturalmente gli attacchi ingiuriosi di cui è stata fatta oggetto in quanto donna e lo spirito patriarcale che li ha animati non vanno sottovalutati o messi da parte, mentre la si critica per le sue politiche e i suoi progetti concreti).



La frase di Sanders che era pronto a collaborare con il Presidente ma che avrebbe combattuto vigorously ogni razzismo, sessismo ecc. ripropone il problema del "politicamente corretto", uno stile di comportamento che è incompatibile con il radicalismo. O la Sinistra se ne libera o non sarà mai radicale. Oltretutto ormai è diventato sinonimo di ipocrisia, di lingue biforcute, puzza di establishment lontano un miglio. Ed è quello che priva il femminismo e l'antirazzismo di mordente e credibilità. Le sguaiate provocazioni di Trump hanno colto nel segno. Il politically correct è un vero tallone di Achille ormai, in particolare in società puritane. Che ne pensi?


NF
Penso che non mi piace la stessa espressione "politically correct", inventata dalla destra per denunciare il dogmatismo reale o presunto della sinistra. Il problema è che questo dogmatismo, la tendenza a privilegiare in maniera acritica e formulaica l'attenzione agli elementi linguistici e simbolici, alla correttezza spesso solo formale, e dimenticare la sostanza dei rapporti di forza, anche simbolici, certo, ma sempre tanto pieni di materia e struttura, fra chi comanda e chi sta sotto sono diventati una specie di parodia di se stessi. Una camicia di forza nella quale una parte della sinistra si è rinchiusa, sotto l'incalzare, non dimentichiamolo, della reazione degli anni ottanta e della pesante, ignobile offensiva anche culturale della destra, come se solo questo contasse. Di nuovo, è stato giusto rivendicare un modo non aggressivo, stigmatizzante e reificante, ma al contrario sensibile e rispettoso, di parlare e descrivere le persone e le cose. Ma quando questo è diventato, ossessivamente, un impulso a inseguire le fanfaluche delle identità separate e decontestualizzate, il richiamo generico all'inclusione, le piroette decostruzioniste (e da noi la deriva dell'"ingegneria costituzionale") rispetto alla durezza delle dinamiche di potere, lì si è aperta la strada alla grave divaricazione fra l'intellighentsia (spesso tutt'altro che intelligente) e il cervello sociale; divaricazione della quale fa parte, credo, anche la storia che abbiamo visto dispiegarsi, con tutto il suo carico oscuro di inquietudini, rigurgiti nazionalisti e paure sicuritarie, al di là dell'Atlantico in questi giorni. E che merita tutta la nostra attenzione e intelligenza collettiva, se e quanto ne siamo capaci. Così come meritano tutto il nostro sostegno quelli che hanno già cominciato, da oggi, a scendere in piazza contro Trump.



Genova, 10 novembre 2016